Melvin a Balifor

CITTA’ DI BALIFOR

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Una delle guardie cittadine sentì un lieve fruscio provenire dal fianco destro del cavallo sul quale era in groppa: si girò a guardare, ma non vide niente. “Sarà stata un’impressione” pensò all’inizio il Barbaro rialzando lo sguardo, ma subito lo riportò in quel punto: non aveva visto niente per il semplice fatto che NON C’ERA NIENTE!
Qualcuno gli aveva preso la borsa!
Si guardò velocemente intorno e si girò al fischio sommesso di meraviglia di qualcuno. Poco lontano da lui un Kender si stava allontanando, con gli occhi fissi su qualcosa che la guardia non riuscì a decifrare.
Con sospetto gli si avvicinò e arrivato dinnanzi a lui scese dal cavallo. Con un’aria truce sul viso il Barbaro parlò all’ospite:
- Kender – disse, ma quello,anche se si era fermato, stava ancora guardando il contenuto della borsa che la guardia riconobbe come sua.
- Kender – ripeté con un tono di impazienza e rabbia.
Al secondo richiamo il Kender alzò lo sguardo come risvegliato da uno stato di trance.
- Oh, salve! Lo sai – aggiunse poi – che tu sei la prima persona che mi parla da quando sono entrato in questa città e pur avendomi visto non ti sei attaccato alla borsa? Ma penso che le guardie del comitato accoglienza non portino borse perché la mettono al sicuro quando si cambiano e si vestono per accogliere i forestieri, ma tu – rivolse lo sguardo agli abiti della guardia – sei vestito come gli altri. Qui non avete il comitato accoglienza? Mi hanno parlato di alcune città che ce l’hanno, ma io non sono mai stato in una di quelle, sempre che esistano… - sorrise – ma forse oggi è il mio giorno fortunato! – concluse.
La guardia, mezza inebetita dai discorsi del Kender, si riprese grazie al dolce suono del silenzio.
Strappò la borsa dalle mani del Kender, che lo guardò stupito, e gli ringhiò:
- Non ho capito un accidente di quello che hai detto, ma se ti interessa saperlo non ho nascosto la borsa perché questa – agitò la propria borsa sotto gli occhi del Kender – me l’avevi presa tu! –
Il Kender iniziò a parlare più in fretta di prima, segno che era agitato.
- Oh! Ma io credevo che qualcuno l’avesse dimenticata in terra! Temevo che il tuo cavallo enooorme lo calpestasse e allora l’ho presa per cercare il proprietario. Se è tua devi legare le cose al cavallo molto più strette, altrimenti potrebbe cadere nuovamente come è successo ora! – lo rimproverò cupo.
Poi ritornò a sorridere e disse:
- Che sbadato! Non mi sono ancora presentato! Io sono Melvin – porse la piccola mano.
La guardia alzò la mano, ma non per stringere quella del Kender, bensì per afferrarlo per una spalla e sbatterlo contro il cavallo.
- Forse in altre città ti darebbero degli storcioni e ti caccerebbero a calci nel sedere, ma qui ti si schiaffa in prigione! – e con un sogghigno aggiunse – Naturalmente senza negarci un po’ di divertimento… -

* * *

Venne letteralmente scagliato sulla brandina della cella, dato il suo scarso peso (35 kg circa) e la forza del carceriere barbaro.
- Uff! Che barbari! – sbuffò.
Si rialzò massaggiandosi la mascella, gonfia per il pugno di un barbaro, e zoppicando, per la bastonata sul ginocchio sinistro di un altro.
Sentì un paio di vocine provenire dalla sua destra e volgendo lo sguardo verso di esse vide che le celle di quella prigione erano divise fra loro da sbarre di ferro. In questo modo poteva vedere i suoi “compagni”.
Vide due Gnomi chini su un marchingegno fissato alla porta - anch’essa di sbarre - della loro cella.
A quanto pareva dal loro parlottare stavano cercando di scassinare la porta.
- Ecco! Ecco! Bastatirarequestalevaelaportasiaprirà! – disse uno tutto eccitato.
Lo Gnomo tirò la leva e per poco un pezzo di legno, parte del marchingegno, non lo colpì in pieno viso.
Il secondo Gnomo diede uno scappellotto al primo e gli sbraitò contro:
- Maldestroemalsinistro! Nonècosìchesifa! Guarda! – tirò un’altra leva – Così! –
Questa volta l’arnese andò in pezzi e il carceriere barbaro, che stava assistendo alla scena, scoppiò a ridere.
I due cominciarono a litigare e Melvin, curioso come tutti i Kender, non riuscì a farsi i fatti suoi e li interruppe: i due lo guardarono furiosi, ma lui non se ne curò (o non se ne accorse?):
- Salve! Io sono Melvin e voi siete Gnomi vero? Non ne avevo mai visti prima d’ora, ma mio zio Toffin, che tutti chiamano Maffin perché è fra i più ciccioni dei Kender, ben 53 Kg!, mi ha parlato di un viaggio che aveva fatto dove aveva incontrato moltissimi Gnomi gialli gialli che costruivano un sacco di cose; anche voi costruite un sacco di cose? – e indicò i pezzi del marchingegno – Cos’è quell’aggeggio? – chiese infine.
I due si guardarono ormai non più con arrabbiati e frustrati per il fallito tentativo di scasso, ma incuriositi dal nuovo “vicino”.
Naturalmente avevano capito tutto ciò che Melvin aveva detto, perché emozionato com’era eguagliava quasi la velocità degli Gnomi nel parlare.
Comunque si misero a parlare più lentamente, forse per fare un favore al Kender, forse per abitudine di parlare in tal modo a persone non Gnomo; fu quello che aveva completamente distrutto il macchinario che parlò:
- Salute a te Kender. – scandì – Io sono Retrobinxfar e lui è mio fratello Calbinifrunking – naturalmente gli avevano evitato i nomi completi… – siamo due commercianti in viaggio per cercare acquirenti per le nostre invenzioni. Purtroppo – fece una smorfia – siamo finiti qui a causa di una di quelle: se qualcuno non avesse bilanciato male un peso e questo non fosse scoppiato in faccia al governatore di Balifor forse… - e guardò il fratello con rimprovero. I due ricominciarono a bisticciare e solo dopo parecchi colpi di tosse da parte del Kender si calmarono guardandosi furenti.
- E…quelli? – chiese il Kender indicando per una seconda volta i pezzi di legno sparpagliati sul pavimento.
Questa fu la volta di Calbivfra… di Calvuninir… insomma di lui… a rispondere:
- Questi Barbari dubitano delle nostre capacità… - disse, squadrando il carceriere, ora di guardia alla porta principale – ma prima o poi… - levò il pugno in aria – Ci hanno promesso che se ce la faremo ci lasceranno andare. E tu invece? Perché sei qui? – ma la risposta la sapeva già.
- Io…be’ – sbuffò Melvin – non si può neanche fare una buona azione raccogliendo una borsa perduta per restituirla al proprietario che subito ti danno del ladro…bha! –
Si adagiò sulla brandina borbottando indignato.
Gli Gnomi sorrisero e si sedettero a loro volta.
Ormai era sera e Melvin era spossato per il lungo viaggio, ma non abbastanza stanco da non poter parlare:
- Sapete, io sono stato “allevato” da una coppia di umani a Palanthas…sono stato lasciato da piccolo davanti alla porta di casa loro e mi hanno tirato su come se fossi stato loro figlio. Poi, verso i quattordici anni notarono che non crescevo… che mi interessavo di altre cose e che ero diverso dagli altri ragazzi – si toccò le orecchie da elfo – Scoprirono che ero un Kender e, chissà perché, insistettero perché partissi per il famoso “wanderlust”, il viaggio che compie ogni Kender. In effetti iniziavo ad avere un’irrefrenabile voglia di viaggiare e loro mi appoggiarono pienamente. Che cari! Mi diedero persino degli oggetti per il viaggio, ma non penso che un vasetto così ben decorato – tirò fuori da una delle tante borse l’oggetto del discorso – mi possa servire in qualche modo. Forse – abbassò la voce – è colpa della casa: gli oggetti sparivano e alcuni, molti, li ritrovavo nella mia borsa, ma forse era il mio patrigno che mi faceva qualche scherzo… - sbadigliò – La mia prima meta è stata Kendermore, perché volevo sapere chi erano i miei veri genitori, ma trovai solo mio zio Maffin che mi disse che i miei, durante il viaggio a Palanthas, mi dovettero lasciare perché si dovevano trasferire nella città più bella di tutte, poi non ha voluto più parlare di loro. Adesso sono in viaggio verso Nonsodove fino a Nonsoquando. –
Si strofinò gli occhi e si mise a sedere.
- Queste brandine sono piuttosto scomode… quasi quasi esco e me ne vado a dormire sotto le stelle in compagnia di bei animaletti di Habbakukkolo, venite anche voi? –
Solo allora si accorse che per la maggior parte del tempo aveva parlato da solo: i due Gnomi stavano infatti dormendo della grossa.
Il Kender alzò le spalle e cercò i suoi attrezzi da scasso nelle borse. Fece una morfia: le guardie li avevano presi.
Sorrise. Si era aspettato quella mossa grazie alle vecchie esperienze, quindi si tolse gli stivaletti e aprì un doppiofondo con gli arnesi “di scorta” (non era poi così alto come sembrava).
Prese gli utensili e si avvicinò alla porta per esaminarla; sorrise e subito dopo aveva oltrepassato la porta.
Si avvicinò al carceriere che bloccava la porta: guardava fuori, ma in realtà era in piedi solo grazie alla picche che lo sosteneva.
Melvin provò allora con una strategia che aveva funzionato con molte guardie in stato di dormiveglia: sussurrò nell’orecchio del Barbaro “Il Kender scappa!”.
Il carcere mezzo addormentato si mosse confuso verso la cella di Melvin, mentre questi sgattaiolava dalla porta lasciata libera.
La guardia, giunta a destinazione, vide la cella aperta e, ormai sveglia, si ricordò della vocina del Kender e si rese conto dell’inganno; corse verso la porta per cercare di scovare l’evaso, ma Melvin si era già fuso con le ombre.

P.S. – questo Bg NON mette in dubbio l’intelligenza dei Barbari di Balifor.

-torna a Melvin Blueyes-

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