Dekaisthel

Storia

Eleuntheros saltellava di roccia in roccia sulle sponde del torrente precedendo il suo maestro nel cammino. “Va piano, piano ti dico. Non vorrai romperti l’osso del collo prima ancora di iniziare il tuo addestramento” Sordo alle raccomandazioni il giovane elfo continuava la sua corsa come se niente fosse fino a che perse l’equilibrio su un sasso scivoloso cadendo inevitabilmente in direzione del fiume. “An Sor Ex Por!” Una pianta dai grossi rami apparve allora dal nulla e afferrato Eleuntheros per la caviglia lo riportò sulla terra ferma poi sparì così com’era comparsa.
Morkaure fissò il suo discepolo con aria severa “per oggi basta prove di agilità va a sederti sotto quell’albero.” Con un’espressione contrita il giovane obbedì, Morkaure si sedette di fronte a lui su una radice. “Oggi parleremo della mancanza di equilibrio nel mondo, che oltretutto hai appena sperimentato.”
Mentre la lezione andava avanti la mente di Eleuntheros viaggiava così come il suo sguardo distratto. “Allora?” esclamò Morkaure “Scusatemi maestro” si affrettò a dire Eleuntheros tornando alla realtà “la vostra lezione è interessante ma… incredibilmente noiosa” Morkaure cambiò la sua espressione di rimprovero in un sorriso, Eleuntheros incoraggiato continuò “Parliamo di una delle tue avventure invece, quelle si che sono interessanti! Grandi battaglie, riunioni segrete… Mostri spaventosi! Scommetto che anche gli alberi di Qualinesti racconterebbero le gesta del grande Morkaure se solo potessero” “Cosa?” lo guardò indispettito il druido “Secondo te questi alberi non possono parlare? Fanno discorsi molto più lunghi di quanto qualsiasi creatura su questa terra sia disposta ad ascoltare. Vediamo… Proprio adesso si raccontano tra di loro una storia accaduta poco tempo fa, che parla di un uomo… Un uomo che si era sperduto qui a Qualinesti, e che, pur non ritrovando la strada di casa, trovò una strada più luminosa…”

“Quando Gilean ha creato gli uomini ha sopravvalutato la propria abilità” lo apostrofò l’elfo. In ginocchio e sanguinante Dekaisthel non rispose; sollevo soltanto il volto per guardare negli occhi il suo interlocutore. Subito avvertì il colpo del duro legno di un arco sulla nuca: uno dei due arcieri che aveva alle spalle lo aveva colpito. “Non osare alzare lo sguardo melma!”
Esausto Dekaisthel rovinò a terra con la faccia nel fango. L’elfo che lo aveva provocato poco prima lo squadrava girando intorno al suo corpo inerme.
“Te ne do atto, sei stato audace… Audace o folle a spingerti fin qui, nel cuore di Qualinesti. Non che non ti avessimo avvertito mi pare… Eppure tu, stupido uomo cocciuto hai voluto sfidare la sorte!” Dekaisthel provò a farfugliare qualcosa con la bocca impastata di terra e sangue ma ne uscì fuori un incomprensibile lamento. L’elfo che aveva l’aria di essere il capo si avvolse nel mantello verde e volgendo le spalle al corpo dell’umano sibilò qualcosa nella sua lingua.
Dekaisthel scorse gli altri due elfi affrettarsi a sollevarlo per poi trascinarlo per le braccia. Prendendoli però di sorpresa l’uomo si divincolò dalla presa spingendo sul sentiero fangoso le due esili figure, si volse di scatto e iniziò a correre con quanta forza aveva in corpo. Ebbe appena il tempo di sentire il ranger elfo gridare qualcosa, poi una freccia lo raggiunse al polpaccio. Il suo corpo cadde pesantemente e inesorabilmente a terra. Ancora una volta.
“Idiota!” esclamò il ranger dalle vesti verdi “non aumentare inutilmente il tuo dolore” Il corpo di Dekaisthel era ansimante e il sangue ora lo bagnava quasi completamente, le ferite sporcate dalla terra bruciavano come fuoco impedendogli di pensare.
Lo sguardo del ranger si fece bonario. “Mi fai pena uomo” si chinò ed estrasse la freccia dalla gamba di Dekaisthel strappandogli un urlo. Armeggiò qualche secondo con le vesti e tirò fuori una boccetta, pochi secondi dopo una sensazione di frescura e sollievo avvolse il corpo dell’uomo. Il ranger elfo pronunciò qualche frase e i suoi sottoposti dopo essersi congedati con un saluto militare si allontanarono.
“Oggi Qualinesti ti sorride uomo e veglia sul tuo cammino” sussurrò a Dekaisthel, poi alzandosi disse: “non tornare in queste foreste, noi non dimentichiamo facilmente” Dekaisthel sospirò mentre si rialzava appoggiandosi su un ginocchio. Fissandolo l’elfo estrasse lentamente un pugnale, con un movimento che Dekaisthel non poté nemmeno vedere gli afferrò i capelli con una mano e appoggiò la lama alla sua gola. “Questo farà in modo che neanche tu dimentichi.” Così dicendo gli disegnò sul collo tre tagli “questo giorno sarà con te fino alla morte… Namaarie uomo”
Dekaisthel si alzò in piedi accarezzandosi la ferita, sembrava portare i segni della lotta con un lupo o con un orso. Quando rialzò lo sguardo l’elfo era già sparito tra le fronde. Dekaisthel volse le spalle a Qualinesti e si diresse verso Solace.

Suo padre era un alcolizzato, sua madre la vittima.
Mancatogli il coraggio di uccidere il padre a 15 anni Dekaisthel era fuggito dalla sua casa nell’Ergoth del Nord. Aveva viaggiato per mare come clandestino prima, poi come mozzo. Qualche mese dopo il suo diciottesimo compleanno la nave che lo ospitava armeggiò l’ancora davanti le rive solamniche.
Senza un soldo, senza conoscere nessuno, e senza un posto dove dormire, con soltanto i suoi stracci addosso, visse come un vagabondo chiedendo la carità per qualche settimana. Un giorno un artigiano lo aveva raccolto e lo aveva preso come suo garzone a Palanthas. L’unico sfogo che trovava nelle sue giornate era il collaudo delle spade che il suo padrone costruiva o degli archi che lui stesso intagliava.
All’età di 21 anni decise che il lavoro di bottega non faceva per lui. Ringraziato il suo benefattore e presi i pochi risparmi guadagnati fuggì un’altra volta dalla sua vita.
Qualche mese dopo era tra le fila di un “esercito” mercenario che scortava i pellegrini attraverso Ansalon.

“Dunque vorresti arruolarti?” si era presentato il capitano del manipolo. “Mi sembri deboluccio ragazzo” diceva squadrandolo da capo a piedi. Dekaisthel non rispondeva, se ne stava lì, fermo, con uno strano sorriso dipinto sul volto. “Non sei adatto al mio esercito” gli annunciò l’uomo, stando ben attento a rimarcare la parola esercito per dar soddisfazione al proprio ego.
Il giovane si limitò ad osservarlo in silenzio: il capitano era un omaccione pelato, muscoloso ma rozzo e impacciato, gli pareva di aver capito che si chiamasse Beorn; sembrava fiero di quel suo gruppo di sparuti guerrieri che orgogliosamente chiamava esercito.
Il capitano voltò le spalle a Dekaisthel e fece cenno ai suoi di andare dopo essere salito a cavallo.
Una freccia sibilò a pochi centimetri dall’orecchio dell’animale, che, impennando sulle zampe posteriori per lo spavento, scaraventò in terra l’uomo.
Tutti sguainarono le spade in un secondo, mentre Dekaisthel li guardava con l’arco in mano e un sorriso ironico sul volto.
“Che diavolo significa?” sbottò Beorn mentre i suoi soldati si avvicinavano al giovane senza perderlo un momento d’occhio. Uno di loro si fiondò su Dekaisthel, lui senza scomporsi evitò la sua carica e lo colpì alla nuca con una gomitata. Il guerriero cadde a terra lievemente stordito.
Beorn lo fissò sbuffando. “E va bene… Come ti chiami?” Stava per rispondere ma pensò che fosse meglio tenere le distanze tra lui e quella marmaglia, meno sanno meglio è. Intanto il suo avversario si era rialzato, subito ammansito e distolto da intenti vendicativi da un gesto del suo capo.
“Beh non parli? Ti hanno tagliato la lingua?” Beorn non attese risposta e gli voltò le spalle tornando verso il cavallo. “Come vuoi tu, muto. Ti chiameremo così se è quello che vuoi… Sei dentro. Vedi di fare amicizia con i tuoi nuovi compagni.” Gli disse ironicamente mentre gli altri scrutavano diffidenti il nuovo arrivato.

Dekaisthel incontrò il suo destino all’età di 24 anni.
Se ne stava appoggiato con le spalle al muro in una taverna di Kalaman e guardava i soldati di Beorn bere seduti ad un tavolo, quando il capo entrò sbattendo la porta. Con un sorriso a trentadue denti che metteva a dura prova l’elasticità della mascella si avvicinò al tavolo lanciando su di esso un sacchetto colmo di monete. “Siete mai stati a Qualinesti?”
E così eccolo da solo in mezzo alla foresta dopo che i suoi compagni erano fuggiti in preda al panico. Nella notte gli sembrò di scorgere delle figure tra gli alberi. Non sapeva se temere di più gli elfi che abitavano quei luoghi o gli spettri che costellavano i racconti dei viandanti.
La mattina si svegliò e trovò a vegliarlo un orso.
Si alzò di scatto facendo qualche passo indietro. Inciampò e cadde. L’orso si ergeva ora su due zampe, coprendolo con la sua ombra.
Dekaisthel era terrorizzato, la vista gli si offuscò, gli sembrò di perdere i sensi.
Qualche secondo dopo l’orso era sparito. Al suo posto una figura incappucciata, avvolta in una singolare veste grigio-verde, lo fissava mentre si risvegliava dal torpore.
“La preda si è svegliata” Dekaisthel con gli occhi ancora impastati dal sonno osservò la figura, ma riuscì a coglierne soltanto i contorni del viso e del corpo.
“La caccia è aperta creatura del bosco. Vai via ora se non vuoi morire sotto un nugolo di frecce”
Dekaisthel si strofinò gli occhi. “Chi sei? Che diavolo blateri!?” La figura fece uscire le mani dalle pieghe della veste e frugò in una delle sacche che portava legate in vita. Ne tirò fuori quelli che sembravano dei frutti e glieli porse. “Mangia, ti ristoreranno le forze, ne avrai bisogno”
Dekaisthel le prese e le osservò. “Fidati” disse l’incappucciato facendo scorgere all’uomo un sorriso. Effettivamente il giovane non mangiava da un giorno intero… Non era certo il momento di essere diffidenti, tanto meno nei confronti di una così generosa offerta, così iniziò a mangiare fissando il suo ospite.
“Forse non conosci il pericolo che corri restando qui, o sei tanto sciocco da conoscerlo ed affrontarlo. E malgrado quello che tu possa pensare, non c’è nulla di eroico nell’ostentazione della propria stupidità”
“Perché tutta quest’ansia di salvarmi? Non mi conosci neanche”
“Su questo ti sbagli mio giovane amico. Io ti conosco meglio di quanto credi, e forse ancor meglio di quanto tu non conosca te stesso.”
Dekaisthel forzò una risata.
“Non è un caso che io sia qui” continuò poi il misterioso individuo “Sono venuto ad avvertirti ed a mostrarti la via. Sono qui per rendere visibile quello che i tuoi occhi finora non hanno visto.”
“Divertente” asserì Dekaisthel annuendo, poi fece come per andar via “ora ti saluto eh? Grazie del cibo e delle dritte, ci si vede.”
“Seduto e ascolta” gli intimò quello sbattendo il suo bastone per terra. E come succede quando un generale ordina ad un soldato Dekaisthel si sedette di nuovo, intimorito, in silenzio.
“Ti ho osservato Dekaisthel. E, si, conosco il tuo nome. So molte cose di te perché la verità è che io… Io ti ho scelto.”
“Scelto?” La mente del giovane passava continuamente dalla distrazione alla confusione senza che lui potesse far nulla per distogliere se stesso dai pensieri che gli frullavano in testa: chi era quell’individuo e per Paladine che voleva da lui?
“Ti ho scelto, Dekaisthel, per fare di te un guardiano.” Fece una pausa, si schiarì la voce, ed incurante dell’espressione confusa del suo interlocutore continuò “Tu sarai il guardiano di tutto ciò che è e così deve restare, protettore della terra e dell’equilibrio tra Natura e creature…”
“Io dovrei essere cosa?”
“Non preoccuparti ti addestrerò perché tu possa assolvere il tuo compito e portare più facilmente il tuo fardello, e tu sarai figlio della Natura e suo soldato. Il tempo della chiarezza verrà insieme ad una mia nuova visita, continua il tuo cammino adesso, ed esci da questa foresta!”
“Ma per gli dei, chi sei tu?” gli gridò mentre la figura si allontanava lungo il sentiero.
Quello non si girò a rispondergli, ma il vento e le foglie portarono al giovane le sue parole: “gli orsi mi chiamano Morkaure. A presto Dekaisthel.”
Confuso ed un po’ stordito Dekaisthel restò immobile solo qualche secondo, poi, raccolte le sue vettovaglie, si incamminò cercando l’uscita di quel labirinto.

Descrizione

Particolarità

Dicono di Lui

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